La storia del Castello di Brescia

Il “Falcone d’Italia”. Il Castello di Brescia nella storia.

Secondo Jacopo Malvezzi, uno storico del Cinquecento, è Ercole a innamorarsi per primo della collina bresciana e le sue mura sono dette, per l'appunto, erculee.
Ma le origini del castello e della città stessa sono avvolte dalla leggenda. Il colle si chiama Cidneo e Cidno era un re dei Liguri, ma qualcuno scomoda anche gli Etruschi o un nucleo di Troiani in fuga guidati da Enea. E Brescia sarebbe allora Altilia, cioè “Altra lIio”, dal vecchio nome di Troia. Quel che è certo è che il Cidneo, il colle del castello, alto solo 149 metri - ma che possono sembrare molti per chi arriva dalla pianura padana - è un luogo abitato sin dai tempi più remoti, sin dall'età del Bronzo: avanzi preistorici e vasellame rinvenuti nel terreno lo testimoniano.
Altro elemento certo è che, in un dato momento, la storia parla dei Galli Cenomani e di Brixia, la loro città. Con l'arrivo dei Romani, sul colle sorse una rocca insieme ad alcuni templi, in età cristiana venne eretta una chiesa dedicata a Santo Stefano. Che Brescia sia una città molto ben difesa è una notizia che fornisce il bizantino Narsete nel 563: fa sapere a Costantinopoli di aver tolto ai Goti le due “munitissime” città di Brescia e di Verona. Dal tempo dei Longobardi a quello dei Comuni non è dato invece sapere nulla circa le fortificazioni, se si eccettua la Cronaca di Dino Compagni, in cui si narra che all’assedio di Arrigo VII, nel 1311, la città appariva "fortissima e popolata e dal lato del monte aveva una fortezza". La parte più antica del castello, la torre cilindrica detta Mirabella, che si innalza su una base di epoca romana, risale all'età dei Comuni, mentre il corpo rettangolare del Mastio, con le mura merlate e i due torrioni circolari fortificati dai barbacani (quello a destra del ponte levatoio è detto dei Prigionieri), venne realizzato da Giovanni e Luchino Visconti nel 1343.
È probabile però che i Visconti abbiano migliorato soltanto le fortificazioni precedenti di Mastino della Scala, signore di Verona. Di certo eseguirono il compito con maestria: conosciuto come il “Falcone d'Italia”, il castello venne infatti potenziato con robuste muraglie, ponti levatoi, saracinesche, fossati, sotterranei. E quando Bernabò Visconti fece collegare il castello alle mura che correvano lungo gli attuali via X Giornate, corso Zanardelli e via Mazzini, Brescia si trasformò in una straordinaria opera difensiva.

Dopo il terribile assedio del 1438 da parte delle truppe viscontee guidate da Niccolò Piccinino, durante il quale tutti gli ulivi che ricoprivano il colle vennero sacrificati come legna da ardere a causa del rigido inverno (ed ecco perché sulle pendici del Castello la chiesa di San Pietro si chiama “in Oliveto”), la Repubblica Veneta decise di costruire altre difese. Le mura di Brescia furono ampliate fino a Canton Mombello e si scavò finalmente la trincea della Pusterla, separando il castello dalle colline dei Ronchi. E anche il castello venne dotato di nuove mura, una nuova cerchia poligonale con i fossati scavati nella viva roccia. All'ingresso si eresse il portale con il leone di San Marco, si costruì una grande cisterna e, nel Mastio, vennero innalzati gli edifici del Grande e Piccolo Miglio, per contenere le granaglie e i viveri della guarnigione.

Passarono i secoli e, sotto gli Austriaci, il castello venne adibito a prigione e a caserma. Durante le Dieci Giornate del 1849 il maresciallo Haynau (come Gaston de Foix durante la rivolta dei Bresciani, fedeli a Venezia, contro il breve dominio francese nel 1512) riuscì ad avere ragione dei ribelli arrivando, a tappe forzate, di notte con i rinforzi. Lo fece attraversando la porta del Soccorso, quella che adesso sale dalla Pusterla, scavata nella roccia nei pressi della Galleria Tito Speri. Con un proclama il vecchio generale, che da allora sarà chiamato anche in patria la “jena di Brescia”, si rivolse ai cittadini: "lo mantengo sempre la mia parola". La città venne bombardata dall'alto e l'assalto austriaco fu sferrato contemporaneamente da Largo Torrelunga (pressappoco l'attuale piazzale Arnaldo) e dal castello, lungo contrada Sant’Urbano. Per domare i Bresciani, gli Austriaci di Nugent e Haynau, dotati di un intero esercito e dell'artiglieria, dovettero incendiare le case, e i patrioti che non riuscirono a mettersi in salvo furono fucilati nella fossa del castello.

Persa l'importanza strategica sul piano militare e con la vittoria nella seconda guerra d'indipendenza del 1859, soppresse le prigioni, il castello, con i suoi viali e i suoi giardini, rimane per tradizione il luogo ideale per le passeggiate dei Bresciani durante il week end. Sono visitabili al suo interno, ora che è stato chiuso il giardino zoologico , il museo del Risorgimento, il Museo delle Armi, un bel plastico ferroviario e, nelle notti stellate, la specola.


Il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”

In una delle aree più antiche del Castello, il Mastio Visconteo di pregevole fattura trecentesca, significativa sopravvivenza monumentale dell’apparato difensivo del colle Cidneo, si trova il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, inaugurato nel 1988 su allestimento di Carlo Scarpa, per ospitare una delle più ricche raccolte europee di armature e armi antiche. Armi bianche, armi da fuoco e armature che da un lato raccontano della lunghissima tradizione bresciana nella produzione armiera, e dall’altro ricostruiscono in un percorso espositivo di 580 pezzi (parte dei complessivi 1090 pezzi del lascito disposto dall’industriale Luigi Marzoli) la storia che è insieme bellica e artistica racchiusa negli oggetti d’armeria, in particolare quella milanese e bresciana dei secoli XV-XVIII.

Al nucleo portante della raccolta si aggiungono inoltre altri trecento pezzi appartenenti alle Civiche raccolte, specialmente armi da fuoco del XIX secolo. Lungo un percorso di dieci sale espositive, il Museo ripercorre la storia di un artigianato che tocca i confini dell’arte, partendo dai significati dell’armatura nel Quattrocento, il secolo della cavalleria pesante, in cui elmi e corazze diventano elemento strategico. Fra i pezzi più significativi per rarità si distinguono un grande elmetto alla veneziana e il bacinetto con visiera a muso di cane, oltre a una spada risalente al Duecento che costituisce il pezzo più antico in esposizione.

Ampia la rappresentanza di armi del Cinquecento, in cui cambiano le tattiche offensive e la costruzione delle mosse in battaglia diventa sempre più dinamica, richiedendo armature maggiormente confortevoli e leggere, come la superba armatura alla Massimiliana, dai contorni lucenti e quasi scenografici. Accanto alle esigenze sul campo di battaglia, fra le sale del Museo è possibile cogliere anche la parallela finalità di rappresentanza e di riconoscimento sociale che armi e armature iniziano ad acquisire nelle parate pubbliche, come motivo di ostentazione e di ammirazione. Lo testimonia la suggestiva ricostruzione, nella Sala detta dell’alce, dei due drappelli di scorta del cavaliere, formati da fanti e uomini a cavallo, che armati di alabarde e ronconi aumentano il senso di spettacolarità dell’insieme. Il gusto estetico non abbandona mai la mano artigianale, talvolta anzi prende il sopravvento sulle esigenze tecniche, come nelle due rotelle da parata cui è dedicata la Sala delle armature di lusso: rotelle di cui una siglata e datata 1563, ammirevoli per la lavorazione a sbalzo con sezioni dorate e il soggetto raffinato del Trionfo di Bacco, che ne fanno una vera opera d’arte.

Il viaggio storico-artistico in ascolto di ciò che le armi raccontano comprende anche la storia evocativa della spada, che da arma mista, da botta e da taglio, si evolve per diventare un sottile strumento per la scherma, come documentano gli esempi esposti dalla metà del Cinquecento al Settecento, sempre più funzionali e studiati per proteggere la mano del contendente.
Fra alabarde, bocche da fuoco, mosconi e spingarde, ampio spazio viene dedicato in un’apposita sezione del Museo alla ricca rappresentanza di armi da fuoco, realizzate dai più famosi maestri di canne come i Cominazzo, i Chinelli, i Dafino e gli Acquisti. Originali sia per lo studio dei meccanismi di accensione della polvere da sparo che per le decorazioni, le armi esposte, di fabbricazione bresciana o straniera, rappresentano un insolito specchio di un lavoro di ingegneria artigianale lungo i secoli.

Per gli amanti delle architetture e dell’arte antica, la visita al Museo delle Armi permette di apprezzare porzioni di affreschi di epoca viscontea che decorano le sale del Mastio, unica testimonianza dell’assetto difensivo dato alla rocca nel Trecento. A creare un contesto espositivo carico di atmosfera è anche la coesistenza di un tempio romano del I secolo d.C., su cui l’edificio insiste, di cui è visibile il perimetro delle fondamenta e un’ampia scalinata, retaggio dei diversi templi che sorgevano sul Cidneo, prestigiosa acropoli per l’epoca romana.